Storie tragiche di dubbio gusto


#1

Musica da atmosfera da far partire nel momento stesso in cui state leggendo queste parole

Salve. Sono Jim, ed oggi proporvi una piccola lettura ricca di vari contenuti, quali: Amore, amicizia, tradimenti e forti emozioni. Voglio che la voce nella vostra testa legga queste righe come fosse il narratore di una vecchia radionovela, con una voce virile e profonda. Sedetevi comodi e prego, mi auguro questa lettura possa piacervi.

“Jim ma devo tenere questa canzone per tutta la lettura?” Si.

Mattina, mi sveglio a casa di un amico, cui al momento non ricordo il nome, dopo una notte di presunta baldoria. Mi vesto con quel che credo siano i miei abiti e mi dirigo verso l’uscita, cercando di non svegliare l’amico, ancora dormiente. Sbaglio porta e mi ritrovo in bagno, la vista del gabinetto mi ricorda la necessità di farne uso, decido quindi di liberarmi dal peso di qualunque cosa io abbia ingurgitato la sera prima. Dolorosamente me ne libero. Non ho la benché minima memoria sul cosa io abbia mangiato la sera prima, ma se dovessi fare un paragone è come partorire, solo che invece di un bambino è un grosso carbone ardente a farsi strada verso il mondo esterno. Iniziano ad uscire delle lacrime dai miei occhi, non ricordo l’ultima volta in cui ho pianto in vita mia a parte la volta in cui ho dato, per sbaglio, in mezzo a tutte le monete, una replica della Numero Uno dello Zio Paperone ad un amico in modo che potesse acquistare una bibita al distributore automatico, quel giorno tornai a casa, mi sdraiai sul letto, e piansi tutte le lacrime del mio corpo. Questa rievocazione rende il tutto ancor più doloroso, ma come il dolore si fa più intenso i minuti passano e sembra, infine, che io riesca finalmente a separarmi del male che era in me. Tiro un sospiro, mi asciugo il sudore dalla fronte, le lacrime dagli occhi e mi giro a prendere la carta igienica. Afferro il rotolo, lo osservo per qualche minuto, girandolo e rigirandolo, sbattendomelo infine sulla fronte. Niente da fare. Il rotolo era esaurito, ed un’attenta analisi non mi ha concesso di recuperare il più piccolo pezzo di carta, rimasuglio dell’insieme. Non mi perdo d’animo, l’amico terrà sicuramente un rotolo di emergenza, occultato da qualche parte, per la stanza o per la casa. Mi alzo, lentamente, in modo da limitare determinati dolori pungenti e, con i pantaloni alle caviglie, inizio ad aggirarmi per la stanza, aprendo mobili e cassetti, controllando angoli, spalancando doverosamente la finestra nel mentre. Le mie ricerche risultano vane. Se non si trova nella stanza, il rotolo di scorta, si troverà da qualche parte per la casa. Dal momento che ricordo l’amico essere un tipo dal sonno pesante mi faccio forza ed apro la porta, allargando così le mie ricerche al resto della casa, sempre con i pantaloni alle caviglie. Cerco ovunque: In cucina, nel salotto, sul balcone, nella camera dove ho dormito io ed infine, dopo aver ricontrollato per la seconda volte le già citate stanze, in camera dell’amico. Nessun risultato. Mi fermo di fronte all’amico, russante, a pensare. Lo osservo intensamente, cercando di immedesimarmi in lui in modo da tentare di capire dove potrebbe aver messo ciò che sto cercando. Come se stessi cercando di chiedergli telepaticamente di rispondere a questo mio quesito. Tutte le conclusioni mi portano a luoghi che ho già visitato, inizio quindi a cercare soluzioni alternative. Ho pensato di usare dei tovaglioli o la carta usata in cucina, ma, per quanti danni mi ha lasciato la mia ultima impresa, decido che vale la pena cercare ulteriori soluzioni. Mentre rimango lì, in silenzio a pensare, l’amico si gira nel sonno. La speranza che si possa svegliare per rispondere alla mia importante domanda, dopo che io abbia risposto alla sua riguardo il mio fissarlo con i pantaloni abbassati, si dilegua tanto rapidamente come sorge, dal momento che l’individuo si rimette a russare più forte di prima. Non tutto cade nel vano tuttavia, questo suo piccolo, ingombrante movimento, rivela un calzino di lana da sotto il suo fianco. La lana è soffice, non avrebbe irritato il mio bruciante fondoschiena. Mi rendo conto di quanto possa essere stupida come idea, ma dal momento che ho già considerato tutte le altre soluzioni mi ritrovo a non avere scelta. Sfilo delicatamente il calzino, cercando di non svegliare l’amico e, una volta ottenuta l’oggetto chiave, mi appresto a raggiungere nuovamente il bagno a fare quel che per 20 minuti ho posticipato. Faccio quel che devo, fortunatamente, per quanto i colpi siano stati forti c’è molto meno da pulire del previsto e quel singolo calzino fa la sua parte. Riesco finalmente a ritirarmi su i pantaloni, orgoglioso di questa mia prima, folle avventura mattutina. Rimane solo un’incognita: Come disfarmi del calzino. Avevo già considerato l’idea di buttarlo con l’idea che tanto l’avrebbe comunque perso al prossimo lavaggio di lavatrice, ma dove? In casa non era possibile, avrebbe tracciato l’odore, il balcone era sulla strada e chiunque mi avrebbe visto gettare via un simile oggetto, scendere per la strada per gettare un singolo calzino mi pare una scena fin troppo bizzarra. D’un tratto, l’odore derivante da questo oggetto, mi rammenta l’odore dell’alito dell’amico, confermandomi che anche lui, la sera prima, si è sbronzato a dovere. Questo apre una miriade di nuove possibilità dal momento che anche lui potrebbe non ricordare nulla degli eventi appena passati. Decido quindi di agire così: Rigiro il calzino, in modo che la parte sbagliata non si veda, alzo il braccio dell’amico e poso l’oggetto sotto di questo. La vittima riconosce il calzino come un oggetto proprio e, nel sonno, lo afferra e lo stringe a sé, come un orsacchiotto. Che tenero. Risolto tutto vado a lavarmi le mani e riesco finalmente ad evadere da casa sua. Aria pulita, non pensavo mi sarebbe mancata tanto. Prendo il telefono e chiamo lei, la mia ragione di vita, Barbrah, voglio sentire la sua voce, dirle che presto sarà da lei. Il telefono squilla, squilla, e lei risponde:
"Pronto? John?"
Rimango un attimo senza fiato, tento di rimanere calmo ma la mia parte emotiva è troppo forte e le rispondo, quasi tremando di rabbia:
"John? Ba… Barbrah chi cazzo è John?!"
Dalla voce appare confusa, poi riconosce lei la mia:
"Ah! Tesoro, sei tu! Che cosa…"
Ogni mio pensiero razionale cessa e, colto dall’ira, balbetto qualcosa riguardo il rimanere lì, dal momento che stavo andando da lei ed interrompo la chiamata. Rosso in viso, corro verso la mia macchina, afferro le chiavi e la apro. Per qualche ragione non riesco, la chiave entra ma non gira. Rompere la chiave nella serratura è l’ultima cosa che vorrei accadesse in questo momento ma tento comunque di forzarla, fino ad un certo limite. Nulla. Se prima ero furioso ora non esisteva più un termine per descrivere quanto io potessi essere arrabbiato. Tiro un calcio alla portiera, piegando la carrozzeria e facendo scattare l’antifurto. Sospiro, agire così non mi porterà a nulla. Mi passo una mano sulla faccia e, trovato il telecomando dell’antifurto lo premo. Sento l’antifurto dell’auto accanto a questa disattivarsi. Mi volto ad osservarla. Un’auto identica alla mia. Re-inserisco l’antifurto. Risponde quell’auto. Lo tolgo di nuovo. Risponde sempre lei. Mi guardo attorno, lentamente, sperando che nessuno mi abbia visto. Voltatomi noto che un’anziana signora, seduta su una panchina, mi ha osservato per tutto il tempo. Vi è un piccolo intervallo di silenzio in cui ci fissiamo, poi mi rivolgo a lei:
"Ho sbagliato chiavi. Volevo prendere questa ma ho preso le chiavi dell’altra. Va beh, vorrà dire che prenderò lei, non si preoccupi, l’antifurto si spegnerà a breve."
L’anziana signora rimane a fissarmi, mentre mi dirigo verso la mia effettiva vettura, un po’ dubbiosa riguardo la mia storia, poco importa, l’importante ora è raggiungere Barbrah. E che la mia auto non ha la portiera piegata. Raggiungo il posto, esco dall’auto e mi fiondo alla porta, sbattendo i pugni alla porta ed urlando a Barbrah di aprirmi. Mi apre, entro con tutta l’enfasi possibile, sbattendo dietro di me la porta e chiedo, ancora rosso:
"Barbrah! Chi è questo John!?"
Lei, visibilmente spaventata dal mio tono, risponde:
"J… John? Ma… Ma come chi è John… John è…"
Sembrerebbe volermi rispondere, ma so che quei lunghi attimi tra una parola ed un’altra non è paura, bensì un modo per recuperare tempo ed elaborare una scusa. Scoppio:
"Barbrah! Tu mi tradisci!"
Si appresta a rispondermi:
"Cosa? No! Tesoro no! Stai fraintendendo tutto!"
Sfortunatamente per lei non sono più disposto a sentire ragioni. Nella mia furia le mie mani si fanno strada verso il suo collo ed iniziano a stringere, a stringere, a stringere. Non mi rendo conto di quanto sta accadendo.
"Io ti amavo Barbrah! Per me eri tutto! E tu mi dicesti che io ero tutto per te! Come hai potuto farmi questo Barbah? Come hai potuto!"
Un attimo di coscienza mi rivela ciò che avevo appena fatto. Tra la mie mani stringevo ora il corpo senza vita della donna che più amavo in questo mondo. La lascio cadere e faccio qualche passo indietro. Abbandono il mio peso sulla poltrona ed inizio a piangere copiosamente. Almeno questa volta ricordo vividamente l’ultima volta che ho pianto in vita mia. Immerso tra le mie lacrime e tra le dolci memorie che abbiamo condiviso assieme, non mi rendo conto di come il tempo sia passato tanto in fretta, il sole stava già per tramontare. Guardo un’ultima volta il cadavere di Barbrah e comprendo di aver commesso un terribile reato che potrebbe compromettere la mia vita. Non posso permettere che ciò accada. Nasconderò il cadavere, si, quando si farà più scuro caricherò il corpo nel bagagliaio e andrò al cimitero, dove la seppellirò di nascosto. Aspetto quindi le ore piccole. Quando nessuno si fa più vedere per strada prendo Barbrah e la porto in macchina, tiro fuori le chiavi e disinserisco l’antifurto. Ok si, è la mia, apro il bagagliaio ed vi accomodo il corpo. Cavoli, non c’entra. Ricordo quando volevo comprare un altro tipo di macchina perché aveva un bagagliaio più capiente ma Barbrah insistette sul prenderne un’altra dal momento che aveva il porta-bibite. Inizio a non rimpiangere quel che ho appena fatto. Cerco di pressarla, mettendola in varie posizioni, una di queste mi ispira forti fantasie sessuali, ma non è questo il momento, qualcuno potrebbe apparire da un momento all’altro e scoprire il mio malfatto. Le faccio una foto e torno alla mia attività, scopro infine una posizione che potrebbe funzionare se non fosse che il ginocchio si mette in mezzo, decido quindi di far uscire la gamba e chiudere violentemente il bagagliaio, in modo da romperla. Ecco qua, ora c’entra tutto perfettamente… Sento qualcosa di contrastante dentro di me riguardo questa posizione, ma decido di fotografarla lo stesso, non si sa mai. Chiudo il bagagliaio, entro in macchina e mi avvio al cimitero. Raggiungo il luogo, esco dalla macchina, lasciando Barbrah dentro, ed inizio a girare il posto, assicurandomi che non ci sia nessuno e cercando una pala. Due su due. Sembra che il fato voglia aiutarmi. Presa la pala cerco un posto dove scavare una buca, trovo un grande spazio libero poco lontano da un albero ed inizio a darmi da fare. Scavo una buca. Non mi piace quindi ne scavo un’altra. Mi è venuta meglio della prima buca. Mi ci sdraio dentro per vedere la profondità. Si, è una bella buca. Comoda ed accogliente. In caso dovessi morire vorrei essere seppellito in una buca come questa. Vado a prendere Barbrah e la adagio nella prima buca, quella venuta peggio. La guardo un’ultima volta. Com’è bella, col collo spezzato, gli occhi rigirati ed un ginocchio girato al contrario. Addio amore mio. Riempio la buca con la terra della seconda e la seconda buca con la terra della prima. Vi è un piccolo dislivello tra le due quindi assesto qualche colpo deciso con la pala per ribilanciare il tutto. Uff, che fatica, ma sono fiero del mio lavoro. Appoggio la pala all’albero e, sedutomi accanto alla buca di Barbrah, sopra la buca che mi era venuta bene, osservo l’ormai incombente alba. Vedo il guardiano del cimitero passare, mi saluta sorridente:
"Cosa fa qui a quest’ora? Mica sarà venuto a seppellire un cadavere? Haha"
Ricambio con un sorriso:
"Ma no, ma no. Solo una visita alla mia cara mamma."
Dovrò scavare un’altra buca. Terminata la questione Barbrah rimane questo “John” da sistemare, torno a quel che era casa nostra ed inizio a cercare indizi. Cerco ovunque, sul suo cellulare, notando che nel suo registro delle chiamate, l’ultima era proprio da questo John, nel suo portafoglio, nel cassetto delle mutande, dentro i mobili, in cucina, nel cassetto delle mutande, in giardino, sulla terrazza, tra i suoi diari… Perché sono di nuovo davanti al cassetto delle mutande? Trovo infine un foglietto con su scritto il suo nome: “John Baker” ed il suo indirizzo. Noto che la calligrafia è stranamente simile alla mia, probabilmente Barbrah ha provato ad imitarla per farmi pensare fossi stato io a scriverla. È sempre stata una donna furba. Sapendo ora dove abita il bastardo mi dirigo verso casa sua. Trovo parcheggio poco più in là, accanto ad un’auto identica alla mia, l’unica differenza stava nella portiera ammaccata, probabilmente il proprietario, in un momento d’ira, l’ha colpita con un calcio. Passo oltre senza mancare di notare che un’anziana signora, seduta su una panchina, mi sta fissando intensamente. Fingo di non averla vista e mi dirigo verso la porta che mi avrebbe portato verso gli appartamenti in cui “lui” si trovava. Arrivo di fronte al suo appartamento. L’ora della verità. Busso. La porta si apre.
"Oh! Franky! Dove diavolo eri finito? Ieri ti ho cercato tutto il giorno! Entra entra!"
Rimango sconvolto, era questo John? Era veramente lui John? La persona che mi ha ospitato la notte in cui ci siamo ubriacati? Cercherò di stare calmo e di capire bene cosa sia successo, ma prima devo confermare:
"Tu… Tu sei John Baker?"
Si volta, un po’ confuso.
"Se sono io John Baker? Ma certo che sono io John Baker! Amico ma che botta hai preso la notte scorsa? Lascia fa’ che io dovrei stare zitto, l’ho presa così grossa che, da ubriaco fradicio, ho pensato potesse essere una buona idea cagare in un calzino e dormirci insieme. Come fosse un orsacchiotto."
Ride dicendo questo. Rido in risposta. Una risata finta. Ora ho confermato la sua persona, non mi serve altro per fare ciò che devo. Tu, cane maledetto, come hai osato profanare la bellissima relazione che io e Barbrah abbiamo costruito in 15 anni? La pagherai molto cara. Inizio a muovere lo sguardo per la stanza, cercando il miglior oggetto da poter utilizzare come arma, mentre faccio questo mi si rivolge:
"Ah una cosa."
Dicendo questo si dirige nella sua stanza e torna, poco dopo, porgendomi un cellulare.
“Ieri sera probabilmente eravamo troppo ubriachi e non ce ne siamo accorti ma ci siamo scambiati i telefoni. Me ne sono accorto quando ieri mattina mi ha chiamato tua moglie chiedendo cosa fosse successo. A proposito, come sta lei?”
…Cazzo.


Questa è possibilmente la cosa più cretina che io abbia mai scritto, uscita da un’improvvisazione tirata fuori ai tempi delle superiori con un amico. Capitemi, non avevamo una ceppa da fare a quei tempi, quindi che si faceva? Si creavano cose sceme. Bei tempi.
Interessante comunque come io possa passare una giornata a scrivere 'ste robe mentre se voglio fare una storia seria faccia in tempo a scrivere due righe prima che ogni voglia di continuarla mi abbandoni.


#2

secondo il mio modesto parere è una bella storia, soprattutto il colpo di scena finale
se in futuro scriverai altre storie del genere non esitare a postarle :grin: :grin: :grin:


#3

Concordo, è divertente! Ma sistema l’impaginazione (magari uno spazio tra i paragrafi) per rendere tutto più comodo da leggere :smiley:


#4

Actually questo è proprio uno stile di scrittura che ho voluto sperimentare. Son d’accordo anche io nel dire che dopo un po’ è stancante per gli occhi ma, a parte gli stacchi grazie a quei pochi discorsi diretti che ci sono, non son previsti ritorni a capo in quanto spezzano troppo un andamento già dì per sé frammentato [Che dovrebbe soprattutto indicarti il modo in cui dovrebbe esser letto. la maggior parte delle persone cui l’ho fatta leggere non è riuscita a rispettare le pause infatti, poca voglia di leggerla? Probabile]. Se ti capita di leggere le altre storie de “Il cammino del cacciatore” noterai che effettivamente faccio più attenzione al rendere la lettura comoda e scorrevole rispetto ad altro.


#5

Ad ogni modo: a dire il vero la parte improvvisata è quel che parte da quando lui chiama lei [saltando la scena della macchina] fino al quando finisce di seppellirla. Tutto il resto ho dovuto riorganizzarlo.
Anche parte della storia l’ho dovuta cambiare in quanto non tornava, ad esempio: nell’improvvisazione lui, dopo aver seppellito lei, scopriva dove abitava John e l’indirizzo, stranamente, risultava quello della madre. Lui arriva lì, apre e anche la madre, appena questa nota il suo arrivo, lo appella con tale nome. Lui si dispera, chiedendosi perché nessuno riesca più a ricordare la sua identità ed uccide anche lei. Tramite ulteriori ricerche trova infine delle foto di questo John, vagamente, molto vagamente, somigliante al nostro sventurato protagonista.
Non aveva un vero a proprio finale, si concludeva sapendo che questo pover’uomo avrebbe continuato la sua folle ricerca senza mai realizzare che John era proprio lui e stava al lettore intuire quel che stava succedendo, ovvero che la sera prima aveva bevuto talmente tanto da dimenticare la sua identità e pensare di essere un altra persona, ovvero un personaggio che si è esercitato ad impersonare per il suo ultimo lavoro a teatro [questa informazione sarebbe stata inserita all’inizio della storia]. Ho però pensato fosse più problematica da raccontare ed ho quindi deciso di alterarne parte.